Home Le interviste agli operatori di Protezione Civile
COMUNITA' DI SANT'EGIDIO
La GUIDA "DOVE mangiare,
dormire, lavarsi" 2013

20ª edizione


L'assistenza agli "Amici per la strada" è un servizio che i volontari della Comunità di Sant'Egidio offrono quotidianamente ed il loro impegno credo che sia utile segnalarlo su un sito che tratta di Protezione civile, consultato da operatori istituzionali e volontari. Per questo motivo indichiamo il link dove è possibile visionare la GUIDA, un libretto che è una bussola da tenere in tasca per orientarsi nella città o da indicare a chi non la può consultare. La pubblicazione informa sui posti dove a Roma si può avere aiuto e accoglienza, dove mangiare, dormire e lavarsi.

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Più investimenti per la prevenzione (Intervista al Pref. Franco Gabrielli)
di Massimo Petrassi

Terremoto, dissesti idrogeologigi, il problema del nucleare e il ruolo della Protezione civile. Ne parliamo con Franco Gabrielli, che dopo prestigiosi incarichi al Ministero dell'Interno, è stato  Prefetto dell'Aquila e ha dovuto gestire il Sisma in Abruzzo del 2009. Attualmente è a Capo della Protezione civile nazionale: un impegno gravoso ma soprattutto il riconoscimento di una  competenza professionale.


La prima domanda è sull'Abruzzo: a due anni dal sisma a L'Aquila ed in molti comuni del bacino colpito dall'evento sismico, non è ancora iniziata la ricostruzione dei centri storici, quali sono gli ostacoli che si frappongono alla realizzazione del progetto promesso dal Governo?
 Serve fare una doverosa premessa: statisticamente la ricostruzione dei centri storici dopo un terremoto non si è mai avviata prima di tre anni dall'evento, stante la complessità degli interventi da effettuare. Non si tratta di ricostruire semplici abitazioni; i centri storici sono aggregati urbanistici complessi che per essere ricostruiti richiedono tempi di studio, senza considerare le non infrequenti controversie legate all'esistenza di proprietari che risiedono all'estero o ad una pletora di litigiosi eredi. Se si pensa a ciò e se si prendono a modello situazioni simili, i due anni passati non appaiono un tempo così lungo. Ci sono procedure che correttamente la struttura del commissario per la ricostruzione deve mettere in atto, con la collaborazione fondamentale dei sindaci: a oggi sono stati stanziati 118 milioni di euro per interventi specifici di ricostruzione relativi a edifici pubblici, patrimonio culturale e sottoservizi.

Da alcune sue dichiarazioni, legate allo stanziamento dei fondi necessari, il ruolo di leader mondiale della protezione civile italiana rischia di avere un arresto, è sempre dello stesso avviso?
 Sono sempre dell'idea, anche perché la vicenda dell'alluvione di inizio marzo nelle Marche, in Basilicata e nel Teramano e, per una parte, la problematica dei flussi di migranti dal Nord Africa stanno dimostrando che esiste una tempistica a ridosso degli eventi emergenziali sulla quale i meccanismi introdotti dal cosiddetto Milleproroghe hanno avuto una evidente ripercussione. Ovviamente a tutto ci si abitua e ogni problema può essere gestito; l'importante è che si sappia che quello che è stato realizzato in altri contesti oggi deve passare attraverso procedure più complesse che allungano i tempi dell'intervento rispetto a quelli ai quali siamo stati abituati.
Ritiene che i fondi stanziati per il Dipartimento della protezione civile per la prevenzione, siano adeguati per tutelare il territorio nazionale ed in particolare di quello di queste realtà con limitate risorse economiche?
 Queste sono problematiche che attengono, in massima parte, al Ministero dell'Ambiente, amministrazione di riferimento, ad esempio, degli Accordi di programma sui dissesti idrogeologici siglati in questi mesi con tutte le regioni. Bisogna ricordarre che Il dissesto idrogeologico in Italia è forse il maggiore rischio naturale presente, secondo un recente studio del CNR - IRPI, coinvolgendo l'80% dei Comuni italiani e causato circa 3mila vittime in 60 anni, con una spesa un miliardo l'anno per riparare i danni. Il 72% degli 8101 Comuni, con una popolazione inferiore ai 5mila abitanti, è compreso tra i territori a rischio idrogeologico. Al Dipartimento della Protezione Civile sono rimesse le attività previsionali e preventive di protezione civile; ad altre autorità sono invece affidati gli interventi volti a incidere sulle cause che producono gli eventi emergenziali. Anche in questo settore serve non perdere di vista le responsabilità affidate ai diversi soggetti, centrali e periferici.
Senza nascondere il problema delle risorse: il Ministero dell'Ambiente, nel corso degli ultimi anni, è stato progressivamente deprivato di risorse inizialmente destinate agli interventi preventivi e andate, invece, al ristoro dei danni per l'emergenza.

Negli anni passati si prospettò l'ipotesi, concretizzatasi in disegni di legge e stanziamenti in Legge Finanziaria, di una assicurazione dei rischi derivanti da calamità naturali. Lei pensa che questa proposta possa essere ripresa in esame?
 Credo assolutamente di sì. L'attuale asfissia della finanza pubblica ha reso evidente che sarà sempre più difficoltoso intervenire per ristorare i danni. Il libero mercato già offre la possibilità di assicurarsi, ma bisogna trovare un meccanismo  pubblico/privato (leggasi risorse!), per far sì che gli eventi calamitosi futuri abbiano un impatto sempre minore - in termini economici - sulla popolazione  e sull'Erario. Bisogna far passare il messaggio che spendere qualcosa oggi, sia alle Istituzioni come al semplice cittadino,  potrebbe evitare di far pagare molto a tutti domani. Credo che istituzioni, categorie di consumatori, tecnici, assicuratori, politici debbano sedersi intorno a un tavolo, valutare quanto negli ultimi anni si è speso per le ricostruzioni post emergenze di strutture private (decine di miliardi di euro) e cercare soluzioni concretamente realizzabili per assicurare i territori esposti ai diversi rischi naturali. Sono scelte politiche, ma da un punto di vista tecnico ritengo che lo strumento assicurativo diffuso sia il futuro.

Il Sistema di Protezione civile prevede modelli di intervento in risposta ai rischi naturali ed antropici, tra questi ultimi c'è quello nucleare. Il dibattito politico, al momento sarebbe orientato su una moratoria del nucleare in Italia, ma esiste un protocollo che si attiverebbe in caso di incidente nucleare in Europa?
 Esiste un "Piano nazionale delle misure protettive contro le emergenze radiologiche", approvato con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 19 marzo 2010, che individua e disciplina gli interventi necessari per fronteggiare gli incidenti che avvengono in impianti nucleari al di fuori del territorio italiano, tali da richiedere azioni coordinate a livello nazionale. La gestione del sistema di allertamento nazionale è assicurata dal Dipartimento della Protezione Civile, dall'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) e dal Dipartimento dei Vigili del Fuoco, del Soccorso Pubblico e della Difesa Civile. Il meccanismo di allertamento e il flusso informativo sono assicurati attraverso il sistema di notifica internazionale (IAEA), il sistema di notifica in ambito comunitario (ECURIE), la comunicazione ricevuta da altri Paesi in base ad accordi bilaterali tra enti omologhi, le reti di allarme per emergenze nucleari. L'evento di natura radiologica di riferimento per l'attivazione del Piano è relativo a un incidente in una centrale entro i 200 km dal confine nazionale. In seguito alla comunicazione dell'evento, il Dipartimento fa una prima verifica della notizia in collaborazione con l'Ispra e determina la fase operativa del Piano da attivare o il rientro in una condizione ordinaria. È possibile reperire sul sito del Dipartimento della Protezione civile (www.protezionecivile.it) i dettagli di detto Piano.

Come renderne partecipe la popolazione?
 Sicuramente Internet è un potente mezzo di partecipazione. Colgo l'occasione per comunicare, tramite la vostra Rivista, che a partire dal prossimo giugno, sarà attivo il Contact Center del Dipartimento della Protezione Civile al quale la popolazione e gli operatori di protezione civile potranno rivolgersi sia in ordinario che in situazioni di emergenza. Un ulteriore strumento per rendere il Sistema Nazionale sempre più vicino alla gente e per diffondere quella necessaria cultura di protezione civile di cui l'intero Paese.

 

 Fonte: Anci Rivista        n. 6 Giugno 2011

 

 

 

 

La pericolosità del vulcano Laziale di Massimo Petrassi 

Si è svolta a Rocca di Papa una interessante conferenza sulla pericolosità del vulcano dei Colli Albani, quanto mai attuale, purtroppo, nelle intenzioni dell’esauriente sottotitolo: “La risposta delle Amministrazioni alle emergenze di protezione civile”, specie alla luce del tragico terremoto che da lì a pochi giorni ha colpito l’Abruzzo, le cui scosse sono state chiaramente avvertite anche sul territorio castellano. Nell’occasione incontriamo il professor Franco Barberi, vulcanologo di fama internazionale e docente del Dipartimento di Scienze geologiche dell’Università Roma Tre, al quale rivolgiamo alcune domande sulla pericolosità del vulcano dei Colli Albani. Per conoscere più approfonditamente l’argomento, integriamo l’intervista con alcune domande rivolte alla dottoressa Maria Luisa Carapezza, che ha coordinato il progetto di ricerca Ingv-Dpc (Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia-Dipartimento della Protezione civile) sulla Pericolosità da emissioni di gas nell’area Romana.  

Professor Barberi, nel cratere del vulcano dei Colli Albani oggi vediamo un lago: ci può parlare degli eventi che hanno portato a questa trasformazione?

«Si tratta di una storia che parte da lontano. Già nell’età del Bronzo si verificarono numerose eruzioni. Sui lati esterni del cratere sono ancora visibili le tracce dei Lahars, cioè le colate di fango composte di materiale piroclastico e acqua che scorrono lungo le pendici di un vulcano, generate da esondazioni del lago fino al IV secolo a.C. Per evitare ciò, i Romani scavarono un canale di drenaggio per mantenere basso il livello dell’acqua e prevenire ulteriori tracimazioni. Il tunnel drenante fu costruito in quattro anni e da allora regola il livello del lago 70 metri al di sotto della soglia del cratere». 

Ci parli del terreno e di come si è trasformato nel corso dei secoli.

«Gli studi hanno evidenziato la presenza di una coltre di depositi vulcanici che hanno determinato la vasta piana di Ciampino, a tutti gli effetti una conoide deposizionale che racconta la storia geologica, iniziata circa 10mila anni fa, del cratere di Albano». 

Oggi noi vediamo la presenza di case sulle pendici che scendono verso il lago, fu così anche in altre epoche? «L’interno di questo cratere venne popolato nel Bronzo Medio con il villaggio palafitticolo delle Macine, quando il livello del lago era simile o poco più basso di quello attuale, mentre nel Bronzo Finale gli insediamenti si spostarono un centinaio di metri più su, sull’orlo più alto del cratere. La causa di ciò si può ritrovare nello spostamento delle popolazioni a seguito delle esondazioni di epoca romana, che da Plutarco a Tito Livio sono state descritte. La più catastrofica e improvvisa risalita ed esondazione del lago verso la piana di Ciampino si verificò nel 398 a.C., durante l’assedio di Veio». 

Questo per il passato, ma oggi com’è la situazione?

«Molte zone nell’area romana sono esposte a rischio a causa della presenza del vulcano quiescente dei Colli Albani. Oggi molti indizi dimostrano come il sistema sia attivo. Innanzitutto l’emissione di gas di origine profonda, ma anche il sollevamento dell’apparato vulcanico, 30 centimetri negli ultimi 40 anni, e poi la periodica ricorrenza di sciami sismici con ipocentro proprio sotto il lago Albano». L’attività del vulcano è continuamente monitorata dall’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, con uno specifico progetto di cui la dottoressa Maria Luisa Carapezza è la responsabile: «I partecipanti al progetto – ci spiega la ricercatrice – hanno fatto studi a Cava dei Selci e Vigna Fiorita, tra Ciampino e Cinecittà, a causa delle elevate emissioni di gas e in seguito ai numerosi incidenti letali ad animali, mucche, pecore, cani, gatti, e a un uomo. Per questo è stato iniziato uno studio all’interno delle case e negli insediamenti abitativi prossimi alla zona. L’indagine ha interessato anche la zona denominata Solforata, un’area storicamente nota per le manifestazioni gassose e la risorgenza di acque sulfuree». 

Quali dati si sono finora riscontrati?«Le rilevazioni hanno mostrato un ciclo giornaliero in cui i massimi valori si registrano nelle ore notturne, quando il vento spira poco. È stata misurata la concentrazione in aria di CO2 (anidride carbonica) e H2S (acido solfidrico). L’osservazione ha rivelato che l’anidride carbonica rimane sempre sotto i limiti di pericolosità, mentre l’acido solfidrico raggiunge concentrazionipericolose a più di 250 ppm (parti per milione) a 20-30 centrimetri dal suolo». 

Queste concentrazioni possono causare danni alle persone?«Le concentrazioni di acido solfidrico sono molto pericolose, se si considera che rappresentano la media su profili di 40-100metri. In nove ore di misure si sono registrati, durante la notte, 81’ con concentrazione superiore a 100 parti per milione.All’alba un forte picco di concentrazione, con 34’ di valori superiori a 250 parti per milione, con vento basso, quindi con forte pericolo di morte!». 

Ci sembra di capire che i confini dell’area interessata da emissione di gas non sono ancora interamente noti?«Proprio così. Secondo me vanno determinati con campagne mirate di misura del flusso dal suolo. Così come non determinata è la concentrazione di anidride carbonica e acido solfidrico nell’aria, che invece andrebbe misurata in diverse condizioni ambientali, con particolare riguardo al vento».

 Concludendo?«Sappiamo che un’ampia zona dell’area romana è esposta a pericolosità per risalita da fluidi endogeni di probabile origine magmatica. Ampie zone di emissione di gas dovrebbero essere opportunamente recintate e segnalate da cartelli di pericolo. A questo si dovrebbe affiancare una campagna di informazione ai medici delle strutture di Pronto soccorso degli ospedali di Marino e Albano. Ugualmente sarebbe necessario un programma mirato di educazione della popolazione esposta al rischio». 

                                                                  

 

 

                  

 

 

Fonte la Città Tuscolana

n.2 marzo/aprile 2009