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COMUNITA' DI SANT'EGIDIO
La GUIDA "DOVE mangiare,
dormire, lavarsi" 2013

20ª edizione


L'assistenza agli "Amici per la strada" è un servizio che i volontari della Comunità di Sant'Egidio offrono quotidianamente ed il loro impegno credo che sia utile segnalarlo su un sito che tratta di Protezione civile, consultato da operatori istituzionali e volontari. Per questo motivo indichiamo il link dove è possibile visionare la GUIDA, un libretto che è una bussola da tenere in tasca per orientarsi nella città o da indicare a chi non la può consultare. La pubblicazione informa sui posti dove a Roma si può avere aiuto e accoglienza, dove mangiare, dormire e lavarsi.

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Rischio Vulcanico (fonte Internet)


Fin dai tempi preistorici la vita umana è stata influenzata dalle catastrofi naturali. Tra queste le eruzioni vulcaniche che si verificano quando il magma, materiale solido, liquido e gassoso ad alta temperatura, fuoriesce in superficie proveniente dall'interno della Terra. Le eruzioni vulcaniche sono state responsabili di milioni di morti ed i loro effetti hanno spesso messo in pericolo la sopravvivenza di intere civiltà. Il numero di vite umane perse in conseguenza dei disastri naturali rende l'idea della relativa importanza dei vari fenomeni. A partire dal 1600 le eruzioni hanno causato approssimativamente 260.000 vittime, di cui circa l'80% in soli sei eventi, mentre durante lo stesso periodo di tempo si stima che almeno cinque milioni di persone abbiano perso la vita a seguito di terremoti. Nonostante gli eventi vulcanici sollevino una grande impressione, mettendole a confronto con altri fenomeni naturali, risultano delle cifre che rendono evidente che in realtà esse pongono meno problemi rispetto ad altre catastrofi più frequenti e in molti casi anche più prevedibili. Questo non toglie nulla alla capacità di distruzione di un evento eruttivo, ma mette in risalto come le conseguenze siano particolarmente legate alla presenza di insediamenti umani in prossimità di apparati vulcanici .

Le eruzioni vulcaniche si suddividono, a seconda della violenza del fenomeno, in:
- effusive, caratterizzate da una bassa esplosività e dall'emissione di colate di lava che scorrono lungo i fianchi del vulcano.
- esplosive, caratterizzate da estrema esplosività e da un'alta colonna eruttiva che si espande verso l'alto. Vengono dette anche "pliniane" prendendo il nome da Plinio il Vecchio che morì durante l'eruzione del Vesuvio del 79 d.C. e da Plinio il Giovane che la descrisse.
Le eruzioni esplosive, freato-magmatiche, sono quelle che si verificano quando vi è un contatto diretto fra magma ed acqua. A seconda della violenza dell'esplosione possono essere anche chiamate, secondo la classificazione di Walker:
Hawayana
Islandese
Stromboliana
Vulcaniana
Pliniana
Peleana
Nelle eruzioni esplosive il magma viene frammentato prima di raggiungere la superficie e viene scagliato verso l'alto sotto forma di prodotti piroclastici (pomici, bombe, ceneri e scorie). I prodotti piroclastici possono essere suddivisi in base ai differenti meccanismi con cui si depositano al suolo dopo l'eruzione. I flussi piroclastici possono avere velocità molto elevate, anche 100 km/h, e raggiungere distanze fino a decine di chilometri dal centro eruttivo. In prossimità della bocca eruttiva il deposito dei flussi piroclastici ha spesso un aspetto disordinato e gli elementi che lo costituiscono hanno spigoli arrotondati per effetto dello scorrimento. Nelle valli, invece, tendono generalmente ad ammucchiarsi anche in seguito agli ostacoli che si frappongono alla discesa e non riescono a superarli. I prodotti di surges si depositano da nubi simili alle pliniane, ma con una direzione prevalentemente orizzontale. Le nubi dei surges, rispetto a quelle dei flussi veri e propri, sono più ricche in gas in particelle solide e scorrono dai fianchi del vulcano ad alta velocità. Surges e flussi piroclastici che possono anche essere chiamati genericamente "flussi piroclastici" e rappresentano, per la loro velocità di propagazione e per l'elevata temperatura, gli eventi più pericolosi associati con il vulcanismo esplosivo.

Lahar, termine indonesiano, con cui si indicano valanghe di fango dovute al rilevante accumulo di ceneri e altro materiale sciolto sui pendii dei vulcani. Grazie alla pioggia, ai ghiacciai sciolti dall'eruzione o al vapore emesso dal vulcano stesso, possono mobilizzare la massa di materiale trasportando a valle massi anche di diverse tonnellate e travolgendo tutto ciò che trova lungo il cammino.


La morfologia di un luogo è spesso modificata dalle eruzioni esplosive. In alcuni casi, la rapida emissione di magma e il vuoto che viene a crearsi in profondità possono provocare lo sprofondamento di vaste aree che prendono il nome di caldere.
VULCANI ATTIVI: quelli che hanno dato eruzioni negli ultimi anni: Etna e Stromboli.
VULCANI QUIESCENTI:
quelli che hanno dato eruzioni negli ultimi 10.000 anni, ma che si trovano attualmente in una fase di riposo. Si considerano quiescenti quei vulcani il cui tempo di riposo attuale è inferiore al più lungo periodo di risposo registrato in precedenza: Colli Albani, Campi Flegrei, Ischia, Vesuvio, Salina, Lipari, Vulcano, Isola Ferdinandea, Pantelleria.
VULCANI ESTINTI: quelli la cui ultima eruzione risale ad oltre 10.000 anni fa: Monte Amiata, Vulsini, Cimini, Vico, Sabatini, Isole Pontine, Roccamonfina, Vulture.


VULCANO
ULTIMA ERUZIONE
Stromboli
Attività persistente
Etna
2002-2003
Vesuvio
1944
Pantelleria
1891
Vulcano
1888-1890
Isola Ferdinandea
1831
Campi Flegrei
1538
Ischia
1302
Lipari
VI - VII secolo d.C.


La situazione di Roma e del Lazio
(Fonte Ufficio Extradipartimentale della protezione civile del Comune di Roma)

Il territorio della regione Lazio è stato interessato da vulcanismo durante il Quaternario che ha coinvolto l’area dei Colli Albani, situata pochi chilometri a sud di Roma.
Il complesso vulcanico dei Colli Albani si è formato circa 600.000 anni fa e la sua attività eruttiva si è protratta fino ad almeno 20.000 anni fa. E’ considerato dalla comunità scientifica un vulcano quiescente, presentando tuttora evidenze di attività idrotermale e sismica, con una possibilità sia pur piccola di tornare in attività. Il maggiore rischio vulcanico, nel territorio laziale è presente sotto forma di rischio da emanazioni gassose nell’area dei Colli Albani. Nell’area dei Colli Albani emissioni di gas ricorrono da tempi storici ed hanno generato situazioni di rischio sempre più elevato con l’aumentare dell’urbanizzazione del suo territorio. L’emissione di gas avviene prevalentemente in corrispondenza di fratture o faglie, lungo le quali i gas presenti negli strati profondi risalgono più facilmente verso la superficie. L’emissione dei gas dal suolo avviene in maniera pressoché continua, ma può subire un incremento in concomitanza di eventi sismici o per cause antropiche (scavi con smantellamento del terreno superficiale, realizzazioni di pozzi). Un ulteriore fattore aggravante in termini di quantitativi di gas emessi può essere l’abbassamento della falda idrica; infatti, lo sviluppo economico e urbanistico che ha subito l’area negli ultimi 50 anni ha causato un eccessivo sfruttamento della risorsa idrica per usi sia privati che agricolo- industriali. Il cospicuo abbassamento del livello piezometrico della falda (in media circa 20 m in 30 anni) determina una riduzione dell’anidride carbonica disciolta nella falda, con il conseguente incremento di tale gas nell’aria. Un possibile ulteriore rischio presente nell’area è ancora in fase di studio da parte della comunità scientifica e riguarda la possibilità che esista un apporto di fluidi caldi ricchi in CO2 sotto i laghi craterici di Albano e Nemi.
Gli effetti del gas sull'uomo e sull'ambiente Le emissioni di gas che interessano il territorio dei Colli Albani sono costituite prevalentemente (fino al 98% in volume al livello del suolo) da anidride carbonica (CO2), da idrogeno solforato (H2S), da metano (CH4) e, in minore misura, da radon (Rn). Tali gas, ad eccezione del metano, sono più pesanti dell’aria e, in mancanza di ventilazione, ristagnano nelle depressioni. All’aria aperta tali accumuli possono essere dannosi soprattutto per la vegetazione, o provocare la morte di animali. I gas possono anche affluire nelle parti basse delle abitazioni risalendo lungo piccole fratture nel suolo o da tubi e condutture e ristagnare presso il pavimento. Il radon, un gas molto pericoloso, può anche essere rilasciato dalle pareti delle case se queste sono costituite da rocce vulcaniche ricche in uranio (blocchi di lava o tufo).
Essi rappresentano quindi un pericolo soprattutto nei locali seminterrati delle abitazioni o nelle infrastrutture poste nel sottosuolo. Mentre l’anidride carbonica e l’idrogeno solforato possono anche provocare la morte se respirati in concentrazioni elevate.
I principali eventi incidentali
Vaste zone dell’area vulcanica dei Colli Albani fortemente urbanizzate ed in particolare la zona di Cava de’ Selci e le limitrofe località di S. Maria delle Mole e di Vigna Fiorita, nei Comuni di Marino e Ciampino (Roma), sono note da tempo per essere sede di cospicue emissioni di gas dal suolo, con momenti di particolare recrudescenza. Tra questi si ricordano, nel recente passato, quelli del 1990, 1995, 1999 e 2000, a seguito dei quali il Dipartimento della Protezione Civile promosse interventi scientifici del Gruppo Nazionale per la Vulcanologia (GNV) e dell’Istituto Nazionale di Geofisica (ING).
Per poter prevedere un’eruzione vulcanica bisogna riuscire a prevedere dove e quando avverrà l’evento. Per far ciò è necessario installare delle reti di monitoraggio, attive 24 ore su 24, che rilevano una serie di parametri che evidenziano eventuali variazioni rispetto al livello di base individuato.

Importanti sono i “fenomeni precursori” che accompagnano la risalita del magma verso la superficie. Essi consistono nel rigonfiamento o cambiamento di forma dell'edificio vulcanico provocato dall'intrusione del magma, nelle variazioni del campo gravimetrico e magnetico, nell'incremento e cambiamento di composizione delle emanazioni gassose dai crateri e dal suolo, nelle variazioni delle caratteristiche fisico chimiche delle acque di falda.


La sorveglianza dei vulcani italiani è condotta e coordinata dall'INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia), che opera in convenzione con il Dipartimento della Protezione Civile, attraverso le proprie Sezioni preposte al monitoraggio vulcanico (l’Osservatorio Vesuviano, a Napoli, la Sezione di Catania e quella Sezione di Palermo).

Attraverso gli studi dell’attività eruttiva dei vulcani monitorati, si può prevedere con buona approssimazione quando ci sarà la prossima eruzione. Un altro importante contributo è dato dagli studi geofisici sull’assetto strutturale del sottosuolo o dalla tomografia sismica, ossia la tecnica d’indagine che permette l’individuazione di anomalie nella velocità di propagazione delle onde sismiche offrendo la possibilità della ricostruzione, con elevato grado di qualità, di anomalie stratigrafiche, anche particolarmente complesse non risolvibili con differenti tecniche d’indagine volti a definire quale sia la struttura profonda del vulcano e il suo stato attuale.

 

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 Il vulcano Marsili 

Il Monte Marsili è un vulcano sottomarino appartenente all'arco insulare delle Eolie. Si trova nel Tirreno meridionale, circa 140 km a nord della Sicilia e circa 150 km a ovest della Calabria. Si tratta di una struttura geologica immensa, estesa per 70 km in lunghezza e 30 km in larghezza, che si eleva per circa 2700 metri dal fondo marino, raggiungendo con la  sommità la quota di circa 450 metri al di sotto della superficie del mare. Queste cospicue dimensioni ne fanno certamente il piu grande vulcano d'Europa. Ampia documentazione sul Monte Marsili è disponibile nella letteratura scientifica, anche sul web. Negli ultimi anni questo grande vulcano sommerso  è stato l'oggetto di numerose ricerche e di un ampio dibattito scientifico centrato sulla sua pericolosità e sui rischi che potrebbe determinare. In particolare, il Marsili è stato indicato come la sorgente potenziale di uno tsunami che interesserebbe tutto il versante tirrenico del Meridione d'Italia. Il timore dei ricercatori, manifestato dal Prof. Enzo Boschi, presidente dell’INGV, non è tanto il fatto che possa verificarsi una eruzione sottomarina, ma che una eruzione possa determinare il collasso di una porzione consistente dell’edificio vulcanico, reso fragile proprio dall’attività magmatica.L’ipotesi è basata su dati raccolti dall’INGV e dall’Istituto di Scienze  Marine del CNR, pubblicati nel 2009 e nel 2010 sulle prestigiose riviste Journal of Volcanology and Geothermal Research e Geophysical Research Letters. Lo spostamento di una massa rocciosa sotto il livello del mare per effetto di una frana può dar luogo a uno tsunami, esattamente come avviene durante i grandi terremoti come quello che ha colpito il Giappone l’11 marzo scorso: nel primo caso lo spostamento di masse rocciose avviene per motivi gravitativi, nel secondo caso per l’effetto dello spostamento lungo il piano di faglia che ha generato il terremoto. In entrambi i casi si ha l’eccitazione di tutta la colonna d’acqua soprastante e la generazione di un’onda di tsunami, le cui caratteristiche sono funzione del volume di roccia spostato e di alcune altre variabili specifiche del fenomeno franoso (essenzialmente velocità e densità del materiale). Lo studioso
Steve Ward della University of California, Santa Cruz, ha elaborato un modello di quello che potrebbe accadere se una frana di 10 km cubici si staccasse dall’edificio del Marsili:
http://www.youtube.com/watch?v=8LQpPtj8EIY L’onda di tsunami generata da questa immensa frana arriverebbe sullle coste dell’Italia meridionale con un’altezza fino a 20 metri, con effetti catastrofici per gli insediamenti costieri posti al di sotto di questa altezza. Si tratterebbe di qualcosa di simile – ma con dimensioni incomparabilmente maggiori – a ciò che avvenne a Stromboli il 30 dicembre 2002, quando una frana la cui dimensione è stata stimata in una frazione di km cubico si staccò dal fianco della porzione sottomarina del vulcano per effetto del sovraccarico causato dall’accumulo di lava dovuto ad una eruzione in corso. Va ribadito che quello dei ricercatori è solo un timore, appunto. Resta infatti da dimostrare che il Monte Marsili sia prossimo a riattivarsi; e anche se questo avvenisse, l’eruzione potrebbe passare quasi inosservata per la popolazione, come dimostrano alcune importanti eruzioni sottomarine recenti (es. il Lohii seamount nella Hawaii o il Kick’em Jenny nelle Antille) che non sono state accompagnate da collassi e/o da tsunami.
L'INGV si sta adoperando per promuovere ricerche di maggior dettaglio che consentano di capire esattamente a quale stadio evolutivo si trovi oggi il Marsili e quali potrebbero essere le modalità di riattivazione, così da pervenire ad una valutazione complessiva della sua pericolosità. Al momento la sua probabilità di riattivazione è bassa - certamente più bassa di quella dei più attivi vulcani eoliani – ma sicuramente non nulla. Sarà necessario acquisire ulteriori e nuovi dati - cosa resa più complessa dalla distanza dalla costa del Marsili e dalla sua profondità - perché sia possibile fare dei passi in avanti nella conoscenza di quello che resta il vulcano più grande d'Europa.
  

Fonte: http://portale.ingv.it

 

Il vulcano sottomarino Marsili (figura verde)

Fonte: Micheal Marani* e Fabiano Gamberi**
*
Ricercatore presso l'Istituto di Geologia Marina del CNR, Bologna
** Collaboratore di ricerca presso lo stesso Istituto